Il giorno dopo la notte non è un giorno libero
Piccolo manuale, a uso dei diurni, su una cosa che per loro è impossibile da capire e per noi è ovvia: che le nostre ore non sono le loro, spostate. Sono un altro fuso, dentro la stessa città.
Sul calendario c'è scritto che oggi sono libero.
Sul calendario. Perché io ho staccato stamattina alle sei, ho guidato mezz'ora con gli occhi che si chiudevano, sono entrato in casa mentre i vicini uscivano, ho abbassato la tapparella e mi sono infilato a letto verso le sette e mezza — cioè mentre la maggior parte del mondo timbrava il cartellino.
Quindi no, oggi non è il mio giorno libero. Il giorno libero, semmai, comincia domani.
Se lavori di notte, questa cosa non te la devo spiegare (stai già annuendo, lo so). Se invece sei finito qui per capire un amico, un figlio, un compagno che fa i turni, mettiti comodo: è più semplice di quanto sembri.
La regola che risolve tutto
C'è un trucco per capire il nostro orario: scambia il giorno con la notte, AM e PM. Semplice.
Quando io torno a casa alle sette del mattino e vado a dormire, sto facendo esattamente quello che fai tu quando torni dall'ufficio alle sette di sera e ti butti sul divano. Sono le stesse ore, ma ribaltate. Il mio mezzogiorno è la tua mezzanotte. La mia colazione è la tua cena. Le mie tre del pomeriggio (quando mi sveglio) sono le tue tre di notte.
Prova a immedesimarti nella situazione e capisci tutto.
Il campionario dei grandi classici
Chiunque faccia le notti li conosce a memoria. Li elenco, così i diurni si riconoscono.
La telefonata delle undici. Squilla il telefono a metà mattina — cioè a metà della mia notte (e del mio sonno). Non rispondo, ovviamente: ho il telefono in muto. Richiamo nel pomeriggio, appena sveglio. E la risposta, immancabile: "Ah, dormivi ancora? Ti sei alzato tardi, eh?". No, io mi sono alzato al giusto orario. È che il mio orario non è il tuo.
Il "tanto domani sei libero". "Sei libero domani, no? Facciamo un pranzo tutti insieme, iniziamo alle undici!" Domani stacco alle otto del mattino, alle undici sto entrando nel sonno più profondo. "Vabbè, allora spostiamo a mezzogiorno." Non è una questione di orario, è che a mezzogiorno io dormo. "Ma non puoi fare un pisolino dopo?" Lascia stare.
Il pasto dell'una di notte. Quando dico mangio all'una di notte, la gente mi guarda come se avessi confessato un vizio. "Ma come fai a mangiare a quell'ora?" Esattamente come fai tu all'una del pomeriggio. Ho fame a metà del mio turno e per me è come se fosse mezzogiorno.
E il capolavoro: "Beato te che lavori di notte, così di giorno hai tutto il tempo per fare le cose." Come se stessi sveglio ventiquattr'ore. Come se la notte fosse un turno che aggiungo a una giornata normale e non al posto di una giornata normale. No, di giorno dormo come tu dormi di notte.
Non è pigrizia, ma matematica
Qui nasce l'equivoco: l'idea che dormire di giorno sia una forma di ozio. Che siamo un po' scansafatiche, che "dormiamo sempre".
Facciamo i conti insieme. Stacco alle sette ed ho mezz'ora per tornare a casa. Se voglio fare le stesse otto ore di sonno che la biologia chiede a chiunque mi sveglierò a metà pomeriggio. Nel mezzo, però, succede la qualunque: il campanello, i lavori in strada, il vicino col trapano, la luce che entra da ogni fessura.
Non dormo tanto. Dormo male e a pezzi, nell'unica finestra disponibile che ho.
La parte che non ci si aspetta
Se sei un diurno arrivato fin qui e pensi di doverci compatire, fermati: non ci siamo capiti.
La notte ha una cosa che il giorno non avrà mai. Il silenzio, nessun ufficio in fermento, nessuna riunione, nessuno che passa a "chiederti solo una cosa al volo". Meno gente, meno chiacchiere. Chi fa le notti da abbastanza tempo lo sa: non è solo un sacrificio, è anche un rifugio. Molti di noi al turno di giorno non ci tornerebbero nemmeno pagati meglio.
E poi ci sono le piccole grazie. Il portalettere che, quando ha un pacco da consegnarti la mattina, prova prima da tutti i vicini e solo all'ultimo suona da te, scusandosi: "So che lavora di notte, mi perdoni." Il partner che ti allestisce la stanza al buio pesto senza che tu debba chiederlo. La collega del turno di giorno che ti mette da parte una fetta di torta della festa a cui, ovviamente, i notturni non erano invitati. Sono gesti piccoli che valgono oro, perché sono di qualcuno che per un attimo ha pensato anche a noi.
Come volerci bene (per i diurni)
Per comprenderci non serve molto, è sufficiente ribaltare l'orologio.
- Non ci chiamate a metà mattina. È la nostra notte fonda. Se abbiamo l'impostazione "non disturbare" sempre attiva, non è per maleducazione, è semplice sopravvivenza.
- Chiedeteci l'orario buono. "Quando è meglio sentirci?" è la domanda più gentile che possiate farci. Se rispondo "dopo le tre", non è un capriccio: è l'ora in cui sono disponibile.
- Il giorno dopo un turno non è un giorno libero. Se volete vederci, organizziamoci per quando abbiamo davvero riposato — non per il giorno di calendario che dice "Riposo".
- Adattate un pasto. Ho degli amici che, ogni tanto, trasformano l'aperitivo in colazione per potermi vedere. Beviamo una birra alle otto del mattino e ci guardano storto. Sono tra le persone a cui voglio più bene.
In fondo non siamo così diversi
Chiediamo solo che il nostro sonno valga quanto il vostro. Che le nostre due del pomeriggio, siano intoccabili come le due di notte lo sono per voi.
Non siamo sfasati, siamo semplicemente su un altro turno.